New Media Art

Dall’Electronic Network Gathering al Web 2.0

La prima generazione di New Media Art nasce nel 1965, quando la Sony mette sul mercato le prime telecamere elettroniche portatili. Nasce una troupe di ripresa molto leggera e dinamica: l’Electronic Network Gathering. L’abbattimento dei costi permette ad artisti come Nam June Paik, Bill Viola, Vito Acconci, Dan Graham, Bruce Nauman di utilizzare le forme del video elettronico per esplorare la realtà.

La seconda generazione di New Media Art(1) si afferma con la nascita dell’Internet e con il parallelo potenziamento grafico nei primi anni ’90 dei Personal Computer. Infatti sebbene il Personal Computer fosse sul mercato dall’introduzione nel 1984(2) del Macintosh Apple, fu solo all’inizio dell’ultimo decennio del novecento che i PC arrivarono a essere abbastanza performanti da gestire immagini e suoni.

Dal punto di vista della Rete, è del 1990 la messa a punto del World Wide Web da parte di Tim Berners Lee del CERN di Ginevra. Questa nuova forma di comunicazione introdusse e diffuse l’interattività e la multimodalità, il tutto in forma globale; e proprio per indicare questo nuovo medium venne coniato il termine New Media.
Poi nel 1994 l’introduzione da parte della Netscape Corporation del primo browser web commerciale, Navigator, segnò la trasformazione dell’Internet da canale di comunicazione utilizzato dai militari, dalla comunità scientifica e da specialisti del computer a medium di comunicazione personale.

La nuova tecnologia digitale obbligò a una riconsiderazione delle forme espressive dei canali di comunicazione (i più diffusi erano i giornali e la televisione) a favore di nuove forme sia on line, come Internet, il web, lo streaming, il podcast, ecc., che off-line, come i CD-ROM, i DVD, le memorie di massa.
Di fronte a queste novità varie media corporations, come la storica Hearst Corporation (quella di Citizen Kane(3)) , proprietaria sia di testate giornalistiche che di reti televisive, aprirono canali sui nuovi supporti della comunicazione New Media.

Dal punto di vista dell’arte una data seminale è considerata la pubblicazione on line nel 1993 del sito-opera-d’arte jodi.org(4) di Dirk Paesmans e Joan Heemskerk e il 1994 può essere visto come l’anno in cui i critici, i curatori e gli artisti iniziarono a utilizzare il termine New Media Art. Nel 1994 Vuk Cosic(5) ricevette una email degradata da un virus in cui nel testo era leggibile solo il nesso “net.art”, che da allora indica l’arte che utilizza internet come strumento di espressione. Tre anni dopo, nel 1997, la Net art è stata inclusa nell’esposizione Documenta X di Kassel in Germania.

La New Media art nasce nel momento in cui le frontiere tra forme artistiche differenti, quali il cinema, il teatro, la fotografia e la performance hanno vacillato sotto la spinta delle nuove tecnologie digitali(6).

La definizione più ampia di New Media Art è quella di arte che si interessa di tutto ciò che è nuovo, nuove tecnologie, nuove forme culturali, nuove società, nuovi individui. Questa definizione è molto utile per l’ampiezza dell’ambito fenomenico che abbraccia, tuttavia potrebbe a breve essere inutilizzabile perchè ci sarà bisogno di creare delle ulteriori sottocategorie autonome.

La New Media Art è molto ben definita da Mark Tribe e Reena Jana nell’omonima pubblicazione: «Il termine New Media Art è utilizzato per descrivere progetti che impiegano tecnologie mediatiche emergenti e si occupano delle potenzialità culturali, politiche ed estetiche di questi strumenti»(7). E ancora «La New Media Art può essere intesa come un sottoinsieme di due categorie più ampie: l’arte tecnologica e l’arte mediatica. Nella prima si fanno rientrare pratiche come l’arte elettronica, l’arte robotica e la “Genomic art”, che sfruttano nuove tecnologie non necessariamente connesse ai media. L’arte mediatica include la Video art, la ‘”transmission art” e i Film sperimentali, ossia forme d’arte che si basano su tecnologie mediatiche già molto diffuse negli anni ’90»(8).

E’ quindi importante cogliere il fatto che per New Media Art si intende un genere di espressione di ricerca artistica che, pur avendo come strumento principe i cosiddetti New Media e utilizzando per la quasi totalità delle opere l’interfaccia dello schermo (sia small screen intendendo i cellulari, che medium screen per i computer e i monitor, che large screen per l’home teather e il cinema), nasce legata alla tecnologia e perciò si spinge fino alle forme di ricerca artistica delle nuove tecnologie biologiche legate alle speculazioni sul DNA, includendo quindi la Bio art (arte che usa materiale vivente come ‘tavola-supporto’ per le sue opere), la DNA art (arte che usa i geni e la genetica), la Eco art (arte rivolta all’ambiente e all’ecologia), così come si spinge alle nuove forme di ricerca artistica delle nuove tecnologie legate alla robotica e alla fisica come la Robotic Art (arte che usa i robot e le tecnologie della robotica) e la Quantum art (arte che usa i quanti come materiale espressivo di comunicazione), la Nano art (arte che utilizza le nanotecnologie). Le New Media art riferite alle nuove forme di comunicazione, alla vita (Bio art) e alle tecnologie più avanzate (Robotic art, Quantum art, Nano art,…) possono essere viste come parte della categoria della Technoetic art, in quanto la Tech-noetica è una disciplina che si pone l’obiettivo di riflettere sull’impatto delle tecnologie sulla coscienza umana senza far distinzione tra l’umido vitale (il wet) e il secco tecnologico (il dry) e creando la categoria di mezzo del moist, l’emulsione metaforica del circolo vita-tecnologia-vita(9).

La New Media Art quindi è composta dall’intersezione della storica Video art con l’altrettanto storica Arte tecnologica.

La Video art è paradigmaticamente cambiata con l’avvento dei mezzi di comunicazione digitali, che hanno portato l’interattività e l’abbattimento dei costi, anche il cinema ne è influenzato e ne è paradigma l’opera dell’autore tedesco Werner Herzog che negli anni duemila realizza i documentari White Diamond (2004), The Wild Blue Yonder (2005), Grizzly Man (2005) portando a compimento una speculazione sul dispositivo cinematico iniziata trentanni prima con Fata Morgana (1971) e fornendo così un modello interessantissimo di nuova arte cinematica.

L’Arte tecnologica sta paradigmaticamente cambiando anch’essa grazie al crollo dei costi della tecnologia e grazie alla divulgazione scientifica e a quella che Roger Malina definisce la “crowdsourcing science”, che si estrinseca in una cultura scientifica distribuita a tutti i livelli della popolazione globale, passando così da un oscuro sapere per iniziati a un vero e proprio atteggiamento sociale.

Gli impatti di queste nuove forme di pensiero e tecnologie sull’uomo stanno ridefinendo le proporzioni dell’animale uomo e della sua cultura e la New Media Art si occupa proprio di indagare queste nuove proporzioni.

Da un punto di vista storico la New Media Art è imparentata con l’arte rinascimentale e con il modernismo novecentesco. Il punto di vista neorinascimentale è esplorato, divulgato, elaborato in maniera eccellente dal Leonardo Journal of Art, il cui direttore, Roger Malina, è uno scienziato, un astrofisico, che vede l’artista come ‘New Leonardo”. Leonardo è sia una rivista che un network, ed è punto di riferimento internazionale. La rivista è pubblicata dalla prestigiosissima MIT Press, la casa editrice del Massachussetts Institute of Technology, considerata una delle più importanti facoltà e luoghi di ricerca tecnologica-mediatica-artistica del novecento. Il Network è visibile su www.leonardo.info.

L’avvento e la diffusione delle tecnologie digitali permettono alla New Media art di rendere tangibili molte delle speculazioni concettuali del modernismo novecentesco. Con la New Media Art la speculazione teorica dell’artista diventa un’esplorazione esperienziale in forma di istallazione, performance, scultura robotica, oggetto media, ecc ecc. L’apparentamento con le speculazioni artistiche del modernismo è anche visibile nell’eredità Dadaista della New Media Art, nelle intuizioni teorico-artistiche di Lazlo Moholy-Nagy, negli esperimenti tecno-espressivi dei futuristi. I dadaisti si ponevano come voce critica verso le incoerenze della società industriale, allo stesso modo le topiche della New Media art includono le riflessioni sulla politica, sui diritti, sulle etiche della nuova società informazionale. Si può quindi sostenere che il movimento dada fu una reazione all’industrializzazione della storia e della cultura e che la New Media art è una reazione alla cibernazione culturale susseguente all’avvento delle tecnologie informatiche e digitali nella seconda metà del XX secolo.

Fanno parte della New Media art molte forme tipiche di questi movimenti come l’azione politica, il readymade, la performance, il sincretismo delle tecniche, l’uso dell’ironia e dell’assurdo, la celebrazione della tecnologia, l’utilizzo della poesia e delle notizie. Inoltre, come sostengono Tribe e Jana, «La Pop art è un altro importante antecedente. Come i dipinti e le sculture pop, molti lavori di New Media art si riferiscono e sono collegati alla cultura commerciale»(10), e anche «[…] l’arte concettuale, (è) un altro significativo precursore della New Media art […]»(11).

La New Media Art è un’arte globale, infatti grazie al suo legame con il medium dell’Internet ha una diffusione mondiale. Ciò è stato reso possibile dal fatto che uno dei denominatori di questa prassi artistica è la presentazione dell’opera tramite un sito web raggiungibile da qualsiasi parte del globo e in qualsiasi momento. Inoltre l’utilizzo della tecnologia web come display per presentare l’artwork ha recuperato la forma della scrittura e ha fatto si che accanto alle immagini dell’opera venissero presentati i testi di progetto, di elaborazione e di commento dell’artista-autore. Parallelamente la tecnologia del forum ha reso possibile il commentare le opere presentate, dando origine a un vero e proprio confronto-dibattito globalizzato sull’agenda artistica delle topiche e degli stessi new media. In conseguenza di ciò i siti Internet delle opere non sono rimasti confinati nel ruolo di semplici display ma sono diventati dei veri e propri canali editoriali di una emergente comunità scientifica internazionale.

Recuperando l’eredità dell’arte tecnologica, molti artisti New Media enfatizzano un approccio all’arte consapevole che, riconosciute le basi postmoderne della nostra epoca, ne ricerca l’inserimento in una dimensione fenomenologica, in un framework concettuale, in una qualche giustificazione di metodo e propone quindi quella che si può definire un’arte intenzionale. Quest’arte utilizza il testo, spesso in forma di vero e proprio saggio, per definire i riferimenti concettuali dell’opera, introducendo così una marcata dimensione speculativa. Questi testi vengono anche indicati come “paper di processo” e sembrano rispecchiare sempre più dei veri e propri paper scientifici. Oltre al sopracitato Leonardo negli ultimi anni sono nate edizioni come Technoetic Arts, diretta da Roy Ascott, che pubblicano questi testi.

Contemporaneamente i Festival d’Arte riferiti alle New Media Arts, come Ars Electronica a Linz Austria, o l’itinerante ISEA, International Symposium Electronic Arts, si sono trasformati in manifestazioni culturali di ricerca, luoghi dove viene presentata un’agenda dei temi della contemporaneità assumendo molte identità tipiche della speculazione politica, filosofica e scientifica.

Questo è avvenuto per una serie di fattori: le tematiche d’innovazione presentate dalle stesse opere, la tendenza ad accompagnare le opere con testi critici, l’interesse trasversale tra le discipline, il recupero metodologico innescato dai team artistici misti tra tecnologi-artisti-scienziati-filosofi, le talvolta presenti speculazioni politiche.

In questi Festival sono stati introdotti i simposi che vedono non gli artisti impegnati a presentare le opere ma che vedono anche molti teorici, storici, filosofi, studiosi dell’arte, dei media studies, dei cultural studies presentare loro saggi critici su questo o quell’artista e su opere, idee, concetti. Dal mondo scientifico sono stati prese le “Poster session”(12), mentre i cataloghi assomigliano sempre più a pubblicazioni scientifiche dove i testi sono preponderanti sulle immagini. Questi festival hanno iniziato a utilizzare la prassi di richiedere l’invio di opere per selezionare solo successivamente il tema del festival, che viene recuperato proprio dagli argomenti trattati nelle opere ricevute. In questo modo il festival svolge anche la funzione di osservatorio culturale. In ultimo (ma è una delle cose più importanti) i Festival sono diventati i motori produttivi di quest’arte e di queste ricerche. Attraverso il finanziamento delle opere selezionate, la serie di premi è andata assumendo un marcato ruolo di sostegno economico e di certificazione scientifica.

Parallelamente sono stati istituiti dei Simposi indipendenti in tutto il modo e alcuni Festival si sono caratterizzati proprio come “organizzazioni di ricerca e sviluppo”, luoghi cioè dove recuperare nuove idee da applicare al territorio, alla società e alle tecnologie.

Si sono diffuse pratiche di ricerca per artisti, infatti all’interno di questa nuova consapevolezza l’artista enfatizza la propria dimensione speculativa di ricerca e mette a disposizione della comunità umana il suo sapere, portando la propria carriera ad estendersi nell’ambito universitario della docenza e della ricerca. Oggi molti artisti New Media noti affrontano il percorso abilitante del PhD(13) e formalizzano le loro pratiche artistiche rendendole spendibili all’interno dell’accademia internazionale. Artisti come Jill Scott, Lynn Hersmann, Stelarc, Christa Sommerer, Victoria Vesna, Edoardo Kac, Laura Beloff, Marcos Novak, Shaun Murray, Brandon Bellengee, Honor Harger, Luis Demers, sono entrati a pieno titolo nell’accademia internazionale e oggi influiscono nell’agenda scientifica globale.

Esiste anche un’eredità critica alla New Media art, questa critica affonda le sue origini nella reazione antitecnologica degli anni ’70. Tale reazione portò alla fine dello sviluppo dell’Arte tecnologica e fu un naturale risentimento dovuto all’iperfiducia verso la tecnologia. Fu il risultato di una serie di clamorosi errori come lo scandalo DDT, e nacque dal rifiuto della guerra ‘tecnologica’ della bomba atomica e all’epoca rappresentata dal conflitto in Vietnam(14).

La New Media Art nella fine degli anni ’90 viene enfatizzata dalla cosidetta New Economy, dalla nascita del NASDAQ (la borsa delle aziende operanti nell’Internet e nell’informatica). In questi anni rinasce un senso generale di entusiasmo e fascinazione verso le tecnologie digitali. Si creò un livello di interesse da parte di attivisti, registi, artisti di performance, artisti concettuali ecc. che spinse economisti e top manager a interessarsi ai New media per scopi di lucro finanziario, politici e amministratori per scopi politici, filosofi e studiosi di cultural studies per indagarne le ricadute culturali, dando origine a un movimento sincretico che univa tutte le opere, le categorie, gli obiettivi, i fini, in un ambiente comune di cooptazione e di collaborazione.

E’ questa quella che Richard Barbrook e Andy Cameron hanno definito l'”ideologia californiana”(15), ovvero un’utopica rivisitazione dell’eredità della beat generation, che passò dalle speculazioni sulle tecnologie chimiche del cervello (Timothy Leary, Terence McKenna, …) alle speculazioni sulle tecnologie dell’informazione della rete e dei Personal Computer (Timoty Leary, Ted Nelson, Bruce Sterling, …) e dalle radici ecologiste fino a un vero utopismo tecnologico, questa tendenza fu incarnata dalla mutazione di The Whole Earth Review, rivista di ispirazione ecologista, in Wired, rivista di tecnologia, cultura, economia, che fu uno dei maggiori successi editoriali degli anni ’90. Mentre in letteratura si poteva osservare l’affermarsi della fantascienza cyberpunk, con i racconti di Steve Gibson, Rudy Rucker, l’influenza di Philip K. Dick, l’avvento della letteratura a fumetti giapponese, e al cinema di opere quali Blade Runner, Ghost in the Shell.

Proprio quando “l’ideologia californiana” sembrava aver definitivamente cancellato i fantasmi antitecnologici degli anni ’70 avvenne il crollo della borsa e della New Economy, e tutto quello a essa collegata, come la New Media Art, vennero rimessi sotto il sospetto e la critica.

Emergono quindi i lati oscuri dei New Media, come il controllo, il panopticon, la capacità di dettagliare il valore, di parcellizzare il capitalismo creando microdebiti, la fine delle tecniche e l’abbattimento della qualità, la diffusione di una Hobby art, e restano i valori positivi tra cui quello di essere una forma d’arte “diffusa”, una “crowdart intenzionale”, almeno apparentemente portatrice di una “intenzionalità” che la avvicina alla forma della ricerca.

Francesco Monico
Docente di Teoria e Metodo dei Mass Media e Direttore della Scuola di Media Design e Arti Multimediali presso la Nuova Accademia di Belle Arti Milano – NABA


(1) Alcuni critici potrebbero contestare il suffisso New, davanti a quella che viene da molti indicati come semplice media art (o Video art di Nam June Paik, Bill Viola, Vito Acconci … ). Tuttavia da più voci si sostiene che la Media Art è sempre esistita, poiché anche un quadro è un medium, così come un arazzo. Con New Media art vorrei quindi indicare quell’arte nata dall’impatto delle tecnologie elettroniche sull’immagine e sul suono, e in questo senso la data del 1965 può quindi essere indicativa.

(2) La sera del 24 gennaio 1984, nell’intervallo del Superbowl americano, andò in onda uno spot il cui regista era Ridley Scott, dove una ragazza in completo olimpionico e con un martello correva tra diverse file di uomini-autòmi che osservavano senza consapevolezza un video-wall in cui un grande dittatore orwelliano parlava alla folla. La ragazza arrivata in prossimità dell’immenso schermo iniziava a compiere il classico gesto olimpionico del lancio del martello e lo scagliava contro l’immagine virtuale del dittatore. In questo momento appariva la scritta che citava il famoso libro di Orwell 1984 e comunicava la produzione del personal computer Macintosh da parte della Apple. Approfondimento.

(3) Cfr Welles Orson, Citizen Kane, Screenplay by Orson Welles &  Herman J. Mankievic, major characters Orson Welles, Joseph Cotten,   dur.  119 minutes, 1941, RKO Pictures, USA.

(4) wwwwwwwww.jodi.org

(5) www.ljudmila.org/%7Evuk

(6) Lovink G., Zero Comments, Bruno Mondadori,2008

(7) Tribe M., Reena J., New Media Art, Taschen, pg 6-7, 2006, ISBN 978-3-8228-2537-2

(8) Ibidem

(9) Cfr., con “L’autore e il futuro del mezzo” pagina 19 e 31-32

(10) Tribe M., Reena J., New Media Art, Taschen, pg 8, 2006, ISBN 978-3-8228-2537-2

(11) Ibidem

(12) Le Poster Session sono comuni nei convegni, festival scientifici, essendo i luoghi di incontro e network per eccellenza della scienza. In uno spazio opportunamente atrezzato vengono affissi dei poster con il nome dell’autore della ricerca e una serie di brevi descrizioni e immagini della stessa. L’autore resta vicino a poster e riceve i colleghi interessati a fissare un appuntamento per approfondire i temi trattati nella ricerca.

(13) Il PhD, Philosophiæ Doctor, è il titolo equipollente al nostro Dottorato di Ricerca e nelle Università Internazionali abilita all’Insegnamento universitario e accademico.

(14) Goodyear Anne Collins, From Technophilia to Technophobia: The Impact of the Vietnam War on the Reception of “Art and Technology, LEONARDO, Vol. 41, No. 2, pp169-173, 2008

(15) Cf. su questo soggetto: Richard Barbrook/Andy Cameron, The Californian Ideology, al 15/09/2008



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